Franciacorta DOCG: un’ eccellenza che inizia già  dal nome

Alla stessa stregua dello Champagne in Francia, il Franciacorta è l’unico spumante italiano che può legittimamente essere identificato con il solo nome, senza altri termini o parole qualificanti.

Un’eccellenza che inizia già dal nome di questo prodotto che risulta essere il primo ed unico spumante brut italiano, vinificato con il metodo della rifermentazione in bottiglia ad essersi fregiato, fin dal 1995, della Denominazione di Origine Controllata e Garantita, il riconoscimento più importante che viene riservato per un vino.

Questo vino è quindi un tutt’uno con una precisa regione geografica, la Franciacorta per l’appunto, dove nasce grazie alle vigne che crescono in questa particolare zona della provincia di Brescia e ai produttori che, distribuiti nei venti comuni che fanno parte del comprensorio che si identifica con questo prodotto, si identificano con la sua etichetta e con il particolare metodo di vinificazione.

Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco, quest’ultimo fino ad un massimo del 50%, sono le uve che danno origine ad un connubio tra tipicità, territorio e metodo di produzione che ha pochi eguali nel mondo tanto da sottolineare in maniera marcata l’unicità del prodotto Franciacorta.

È possibile acquistare online qualsiasi Franciacorta DOCG in negozi come Origini che prestano un occhio attento ai vini provenienti dalla Lombardia, regione trainante dell’economia italiana, da sempre identificata con ampie aree di insediamenti industriali ma che vanta una vocazione vitivinicola da non sottovalutare, come l’eccellenza di questo spumante inconfondibile, prodotto con il Metodo Classico in una zona che presenta un microclima che grazie alla presenza del lago d’Iseo che mitiga un clima altrimenti rigido, e di brezze dovute alla vicinanza con la pianura Padana che evitano pericolosi ristagni di umidità.

Ci troviamo quindi di fronte ad un prodotto non replicabile, che racchiude al suo interno tradizioni e legami con il territorio d’origine, con un disciplinare severo che esclude dal riconoscimento come Franciacorta uve prodotte da vitigni presenti su terreni non adeguatamente soleggiati o posti a fondovalle, impianti in zone con mota umidità dovute alla vicinanza di torrenti, fiumi o ristagni d’acqua.

La vinificazione del Franciacorta DOCG, come già accennato precedentemente, avviene con il metodo tradizionale, quello della rifermentazione in bottiglia o Metodo Classico che poi risulta lo stesso utilizzato da tre secoli per lo Champagne, che prevede l’induzione del secondo processo di fermentazione (per un minimo di 18 mesi) attraverso l’introduzione di zuccheri e di selezionati lieviti con la conseguenza di avare l’anidride carbonica prodotta intrappolata fin dall’inizio in bottiglia.

Il disciplinare del Franciacorta prevede tre versioni di questo vino spumante: bianco, rosé e satèn, quest’ultima molto particolare ed unica che rivela impressioni gustative particolari, sensazioni più morbide e rotonde, quasi delicate e setose.

Caratterizzato da una spuma fine ed intensa, spiccatamente cremosa se parliamo del satèn, il Franciacorta DOCG distingue, in totale, cinque diverse tipologie:

  • Franciacorta
  • Franciacorta Satèn;
  • Franciacorta Rosé;
  • Franciacorta millesimato;
  • Franciacorta riserva

Dal colore trasparente e limpido, un finissimo perlage, profumi delicati ampi e persistenti il Franciacorta si presenta in tutta la sua unicità come uno degli spumanti più apprezzati al mondo, originale prodotto di una fertile regione collinare all’interno di una realtà territoriale proiettata con forza verso il terzo millennio come la Lombardia.

CUORE E GUSTO

 

 

Cuore e Gusto, Devis Pinto e Gabriel Davide Cucco, un fil rouge che lega con un linguaggio identico la cucina del nuovo Ristorante Cuore e Gusto, basata principalmente sulla materia prima, con il rito quotidiano della spesa che li porta fra le bancarelle del mercato, l’occhio attento ai prodotti della terra, la stagionalità della verdura e il pesce che arriva ogni giorno dalle barche dei pescatori.

Nel locale totalmente white parlano i colori e i sapori, in cucina piatti della tradizione arricchiti dalla ricerca e dalle nuove tecniche, tanta attenzione al contemporaneo ma l’occhio ben fermo alla storia, per non farsi fagocitare da tendenze destinate a diventare moda per venir poi abbandonate di lì a poco, piatti che parlano un linguaggio fatto di prodotti di mare e di terra, naturali, dove si trovano attente cotture e accostamenti rigorosi mirati alla valorizzazione di ogni ingrediente, e dove il “rispetto” per la natura diventa fondamento di ogni proposta, piatti tradizionali per un vero e proprio percorso di gusto  per una clientela  che desidera  provare consistenze e sapori nuovi.

Gabriel Davide Cucco, il Titolare, che esordisce dicendo:  amicizia, condivisione e buon cibo sono sempre andati di pari passo, ho esperienze diverse in giro per il mondo, per me il cibo è condivisione e creatività, tradizione e ricerca. Cuore e gusto, la cucina si fa con il cuore, coinvolgendo i ricordi, deve raccontare le esperienze di chi cucina ma anche i sogni, le emozioni, ogni piatto deve raccontare la passione e la competenza nella misura in cui è rappresentato come gustoso e invitante. Ho voluto creare Cuore e Gusto dove il cibo profumasse di terra, l’odore di casa mia, dove rinasco mille volte, ogni volta che entro nel mio locale, trovo sapori antichi, che fanno parte della mia vita, che mi accompagnano in ogni evento cadenzando i momenti, fanno ridere la mia anima e mi accompagnano fra la gente.

E ci presenta il giovane chef Devis Pinto, il paradigma di una cucina semplice, figlia della memoria, i prodotti al centro del piatto, segnati con eleganza da tocchi d’inventiva, una cucina eccezionale di cui il giovane chef è padrone, una base di cucina classica con la sorpresa di piccole variabili geniali per sapori inattesi, il filetto di maiale in crosta di sesamo con coulis di melograno e infuso di gingseng, ribes e vaniglia, le sfumature di un calamaro, l’uovo tra sogno o realtà, il baccalà in sous-vide, con i coralli di mare, il Brownie a cui non puoi resistere, lo chef è la testimonianza di come la cucina, interpretata con fantasia, possa trasformare i piatti della tradizione in momenti di emozioni e che la cucina stessa, come l’arte, sia la cultura di un popolo e di come un talento innato possa emergere in autonomia, al di là di guide e  stampa di settore, un talento innato per trasformare antichi sapori in nuove e voluttuose emozioni.

Ristorante Cuore e Gusto

Via Codigoro 30 – 06/52378038

Roma, zona Vitinia

Testo: Cristina Vannuzzi

Crediti ph: Stefano Mileto

www.ilfotografodeglichef.it

 

Giacomo Tachis e l’Enologia Colta, tecnicamente impeccabile, intellettualmente determinata

Giacomo Tachis e l’Enologia Colta, tecnicamente impeccabile, intellettualmente determinata

Ina D’Agata, direttore scientifico Vinitaly International Academy; Stevie Kim, Managing Director Vinitaly International; Ilaria Tachis, figlia di Giacomo Tachis; Giovanni Mantovani, Direttore Generale VeronafiereIna D’Agata, direttore scientifico Vinitaly International Academy; Stevie Kim, Managing Director Vinitaly International; Ilaria Tachis, figlia di Giacomo Tachis; Giovanni Mantovani, Direttore Generale Veronafiere

Verona, 13 aprile 2016 – “Dell’enologia colta, tecnicamente impeccabile, intellettualmente determinata, fondata su un’eccezionale sensibilità”. Potrebbe esser questo l’incipit di un “testamento”, con i lasciti al mondo del vino di uno dei più grandi enologi italiani: Giacomo Tachis, più che l’uomo del “Rinascimento” del vino italiano, uno “scienziato”, che, in punta di piedi, con la sua professionalità, e passione per la conoscenza del passato, ha gettato le basi di ciò che si sarebbe compiuto, e compreso, solo più tardi. Cinquant’anni sono passati dal riconoscimento delle Denominazioni di Origine ai vini italiani e dalla nascita di Vinitaly, la fiera internazionale di riferimento del settore (Verona, 10-13 aprile; www.vinitaly.com), e sarà la prima volta senza Tachis, ma non senza il suo spirito. Se l’enologia colta è, senza dubbio, la prima innovazione che Giacomo Tachis ha introdotto in Italia, alla base del suo pensiero, che WineNews, uno dei siti più cliccati dagli amanti del buon bere, ripercorre, e che Vinitaly ha raccontato nel calice con alcuni dei suoi più celebri “Super Italians”, i vini italiani “fuori dagli schemi” (in “Il Vino Italiano ricorda Giacomo Tachis: un grande uomo, tante grandi storie”, la degustazione a cura di Vinitaly International Academy, con la figlia Ilaria Tachis, produttrice nel Chianti Classico, oggi a Verona), ci sono anche intuizioni che hanno cambiato il corso dell’enologia italiana, e che rappresentano l’eredità tecnica di uno dei suoi “padri fondatori”.

Ilaria Tachis al Vinitaly 2016Ilaria Tachis al Vinitaly 2016

“I 50 anni di Vinitaly non potevano essere celebrati compiutamente senza i vini che hanno fatto la storia del vino italiano creati da Giacomo Tachis – ha detto alla degustazione il direttore generale di Veronafiere Giovanni Montovani – è un grande onore la presenza della figlia Ilaria, con il suo racconto di aspetti della vita del padre non solo professionali, ma anche più intimi. Come ultimo evento promosso da Vinitaly con la International Academy, alla presenza di numerose personalità straniere – prosegue Mantovani – non poteva che esser questo il modo migliore per presentarci al mondo”.

Degustazione dedicata a Giacomo Tachis durante Vinitaly 2016:Degustazione dedicata a Giacomo Tachis durante Vinitaly 2016

Giacomo Tachis nel suo percorso professionale e umano ha sviluppato uno spirito rinascimentale perché non ha mai anteposto la tecnica all’anima della terra, piuttosto è rimasto con i piedi ben piazzati a terra, nella consapevolezza della forza della natura, con una visione dell’enologia non finalistica, ma olistica: produrre vino come una parte del Creato. Ha condotto e compiuto la sua opera decenni prima del cosiddetto “Rinascimento” del vino italiano – attribuibile ai successi ottenuti dal vino italiano nella seconda parte degli anni Ottanta sui mercati e in un’immagine innovativa dell’Italia evocatrice di qualità – già in atto, forse in modo sotterraneo, fin dall’inizio della sua avventura con Antinori. Il primo Sassicaia firmato Tachis per Incisa della Rocchetta è la vendemmia 1968, il primo Solaia esce nel 1978, e il Tignanello è uscito con l’annata 1971. Dalla Toscana, la sua patria d’adozione, fino a molti dei territori dell’Italia enoica, tanto diversi tra loro, ma con un unico minimo comune denominatore, rappresentato dall’attrazione profonda quasi chimica con questi territori e con il materiale umano con cui interloquiva. In Sardegna, nel 1988 per far nascere il Turriga di Argiolas e prima ancora per dare alla luce il Terre Brune di Santadi. Quindi, la Sicilia dove prepara il campo all’esplosione enoica dell’isola, e il Trentino, dove con Guerrieri Gonzaga crea il San Leonardo, e poi le Marche con la nascita del Pelago di Umani Ronchi.

Alla base vi sono scelte che, a distanza di anni, restano tra i contributi più preziosi al successo dei nostri vini, metodologie ormai “codificate”, capaci di far dialogare la tradizione italiana con quella francese, come Tachis dialogava con il suo mentore Emile Peynaud, padre dell’enologia moderna di Bordeaux. Dall’uso sistematico della fermentazione malolattica, per ottenere vini dai tannini morbidi e dotati di souplesse, all’invecchiamento in barrique, come vaso vinario in cui la micro-ossidazione è perfetta ed è data dall’equilibrio tra quantità di vino e superficie di contatto con il legno, dalla considerazione della catena terpenica per l’estrazione massima delle componenti aromatiche, che raccomandava doversi fare con le criomacerazioni, alla frequenza della luce per attivare la fotosintesi, su cui fondava la supremazia del vino italiano su quello francese, Tachis ha “risintonizzato” l’Italia enoica con i tempi.

Ma, soprattutto, ogni suo vino è stato concepito da una attenta rilettura del territorio nel passato e nel presente e con la consapevolezza che la tradizione non debba essere sinonimo di immobilismo, ma riletta in chiave moderna. Solo così la tradizione stessa diventa il vero strumento dell’innovazione. Enologo certo, ma Tachis è stato senz’altro qualcosa di più. Un umanista, che sapeva citare Archestrato di Gela, poeta della Magna Grecia, come fondatore della gastronomia. Un po’ alchimista e un po’ scienziato era non solo un grande conoscitore della chimica e della biologia, ma anche un curioso viaggiatore attraverso i sentieri della storia e della letteratura.

L’eredità più preziosa che Tachis ha lasciato all’enologia non è quindi uno strumento tecnico, un’innovativa formula chimica, ma un nuovo sguardo, figlio di occhi diversi, arricchito anche di cultura classica, di cui è una summa la sua biblioteca (donata alla Fondazione Chianti Banca e che sarà a breve a disposizione di tutti gli studiosi, e parte del catalogo della Biblioteca di San Casciano Val di Pesa): un patrimonio di oltre 3.500 volumi e documenti, accanto ai suoi manoscritti. Giacomo che si definiva “mescolatore di vini”, ci ha insegnato che lo studio principale dell’enologia dovrebbe fondarsi sull’“interpretazione umana dell’uva”, e, oseremmo dire di quella Terra, che da poco, lo ha pacificamente accolto.

Servizio Stampa Veronafiere
E-mail: pressoffice@veronafiere.it | Twitter: @pressVRfiere | Web: www.vinitaly.com

Fonte: Giacomo Tachis e l’Enologia Colta, tecnicamente impeccabile, intellettualmente determinata

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Il mastro distillatore della Michter, Pamela Heilmann, approva il rilascio del Bourbon 2017 di 10 anni

In una cerimonia tenutasi a New York lo scorso 28 febbraio, la rivista Whisky Magazine ha insediato Willie Pratt come 40° membro della sua Hall of Fame. L”unico altro nuovo membro della Hall of Fame quel giorno è stato Julian Van Winkle. ‘Willie è praticamente un”enciclopedia ambulante del bourbon ed è giusto rilasciare il nostro Bourbon di 10 anni in seguito alla sua nomina alla Hall of Fame’, ha detto la Heilmann. Questo rappresenta il primo lancio speciale di un bourbon della Michter durante il mandato di Pamela Heilmann come Mastro Distillatore.

‘Willie è fonte d”ispirazione per tutti noi che abbiamo avuto l”opportunità di lavorare insieme a lui’, ha detto Joseph J. Magliocco, presidente della Michter. ‘La qualità di questo formidabile bourbon decennale sottolinea l”impegno di Pam a sostenere gli standard incredibilmente elevati che Willie ha stabilito per tutti i rilasci di Michter’.

Con la promozione alla Michter nel 2016, la Heilmann è diventata la prima donna a servire come mastro distillatore in una distilleria della Kentucky Distillers” Association (Associazione delle distillerie del Kentucky) dal proibizionismo ad oggi. Prima dei suoi anni alla Michter, ha ricoperto il ruolo di Distillery Manager presso la distilleria Booker Noe, a quel tempo la più grande distilleria di bourbon al mondo.

Il prezzo al dettaglio suggerito negli Stati Uniti per una bottiglia da 750 ml di Bourbon di 10 anni della Michter è $120.

La distilleria della Michter si trova nella sezione Shively di Louisville, Kentucky, il cuore dell”industria del whisky americano. Produce quantità limitate di whisky molto apprezzati che sono stati soggetti a limitazioni nelle assegnazioni dei quantitativi perché la domanda ha superato l”offerta. Michter è famosa per il suo whisky di segale in barile unico, bourbon small batch, bourbon in barile unico e whisky americano small batch. Nel 2015, Michter è stata nominata settima Heritage Member (Membro della tradizione) da parte della Kentucky Distillers Association, diventando così il primo distillatore in 33 a ricevere questo onore. Per ulteriori informazioni, visitare il sito www.michters.com, e seguiteci su InstagramFacebook, e Twitter.

 

Contatto: Joseph J.   Magliocco

502-774-2300 x580

jmagliocco@michters.com

 

Immagini ad alta risoluzione sono disponibili su richiesta.

 

 

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Foto – http://mma.prnewswire.com/media/480488/MICHTER_S_DISTILLERY.jpg

Logo – http://photos.prnewswire.com/prnh/20131119/NY19516LOGO-c

LOUISVILLE, Kentucky, 22 marzo 2017 /PRNewswire/ – poco tempo dopo l”induzione del mastro distillatore emerito della Michter, Willie Pratt, nella Hall of Fame della rivista Whisky Magazine, il mastro distillatore della Michter, Pamela Heilmann, festeggia l”occasione con il rilascio del Kentucky Bourbon Straight Single Barrel (barile unico) di 10 anni della Michter.

Noleggio food truck e realizzazione di un banchetto

 

 

Lo street food o food truck che dir si voglia, è una formula gastronomica vincente, di gran tendenza e successo. Negli ultimi tempi sta letteralmente spopolando ai matrimoni, ai banchetti pubblici, alle feste private ed in qualunque occasione mondana in cui si voglia creare un effetto scenografico pittoresco. Offrire ai propri invitati piatti di Grand Gourmet direttamente dal finestrone di un’ape car o di un carretto con bicicletta vintage è considerato da tutti molto chic. Che nessuno quindi creda che si tratti di una trovata spiritosa o, peggio, economica. Il food truck è un servizio di gran classe di tutto rispetto. Nessuno oggi si sognerebbe di fare a meno dei pittoreschi banchetti su quattro ruote ad un matrimonio. Anche solo per un ricco aperitivo. Non tutti i ristoranti o le agenzie di catering però sono ancora in grado di fornire un servizio eccellente. Per realizzare un buon ricevimento con lo street food, ovvero il cibo su quattro ruote, è necessario essere attrezzatissimi e fare le cose rispettando rigorosamente l’etichetta. A partire dal noleggio del food truck, dalla scelta delle pietanze, dall’attrezzatura per cucinare a vista ed il personale sufficientemente preparato.

Scelta degli automezzi da abbinare ad ogni piatto

Una volta deciso il servizio, non resta che scegliere tra i vari tipi di automezzo esistenti ed i singoli piatti da inserire nel menu. E qui la fantasia può spaziare incontrastata. L’importante è partire da un buon servizio di noleggio del food truck. Ossia puntare sul giusto abbinamento tra gastronomia e automezzi. Perchè se si deve fare la scelta più adatta al tipo di ricevimento e di invitati, il cibo deve essere necessariamente eccellente. Di solito si punta a stupire gli invitati con finger food, sushi, specialità folcloristiche o ingredienti d.o.c. L’importante è che furgoncini del cibo siano allestiti in modo impeccabile. Paradossalmente non devono dare l’idea di esporre cibo da strada. Il contrasto tra la prelibatezza del piatto e la raffinatezza dell’addobbo con la rozza ordinarietà delle quattro ruote deve essere netto.

Consigli per il noleggio del food truck

 Privilegiare la spettacolarità dei piatti e dei modi di prepararli ha sempre del fascino. Se si vuole rendere ogni evento un modo per intrattenere gli ospiti sotto tutti i punti di vista, allora il servizio completo di noleggio del food truck comprende anche gli effetti scenici di una lavorazione della mozzarella sotto gli occhi degli ospiti, di una cottura al fuoco vivo di pesce o carne ed una frittura di altre prelibatezze fatta al momento.

 

NERO IN VERTICALE

 

DEGUSTAZIONE GUIDATA A CURA DI ONAV BAT

NERO IN VERTICALE

 

 

La delegazione BAT dell’Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Vino propone una cena con mini verticale di NERO (2010, 2005, 2003, 2001) dell’azienda agricola dei Conti Zecca.

Saranno presenti i Conti Zecca e l’enologo dell’azienda, Antonio Romano.

Nell’occasione sarà presentato in anteprima il Rodinò 2014, l’ultimo nato dell’azienda di Leverano.

La degustazione di annate diverse del medesimo vino, al fine di studiare la qualità delle singole annate e le potenzialità evolutive del vino stesso, sarà guidata dal Consigliere Nazionale ONAV Pasquale Porcelli e accompagnata dalla presentazione di piatti della cucina pugliese che ben si abbinano e ne esaltano le caratteristiche.

L’iniziativa dell’ONAV s’inserisce nel quadro di una attenta politica di promozione e diffusione della cultura del vino e, più in generale, di valorizzazione dei prodotti del territorio più tipici e rappresentativi d’Italia.

“Nero” è il prodotto di punta dell’azienda e il nome rievoca il colore del vitigno base di questo vino, la cui prima vinificazione risale al 1998, quando rappresentò una vera e propria innovazione poiché per la prima volta si dichiarava ed evidenziava la combinazione tra un vitigno autoctono (70% Negroamaro, due volte nero, niger mavròs, nero in latino e in greco) ed uno internazionale (30% Cabernet Sauvignon).

L’appuntamento è per venerdì 17 marzo a Trani, alle ore 20.30, presso l’Hotel Regia in piazza Duomo.

 

 

 

 

 

Per info e prenotazioni:

ONAV BAT

(345/9686350 – bat@onav.itwww.facebook.com/onavbat)

 

“VIN’ A TRANI”, LA CITTA’ CELEBRA IL VINO D’AUTORE

 

I produttori di tutta l’Italia nella “capitale” del buon vivere

Enologia e giornalismo ai tempi della macchina per scrivere

Domenica 26 marzo 2017

Palazzo Lodispoto / Palazzo San Giorgio

 

 

Esattamente come il buon vino che invecchia e con il tempo migliora. Così la manifestazione dedicata al vino nella città che con il vino si identifica da sempre. Torna, per il terzo anno consecutivo, “Vin’ a Trani”, l’avvenimento il cui nome è con l’apostrofo a forma di goccia e il simbolo è una cattedrale fatta di soli calici, insieme la declinazione in vernacolo di un invito e al tempo stesso la valorizzazione del prodotto tipico più famoso, marchio di fabbrica di un territorio.

“Vin’ a Trani” si candida a diventare uno degli appuntamenti immancabili del panorama italiano e internazionale, grazie alla capacità di innovare il programma e mantenere la tradizione di selezionare esclusivamente prodotti di qualità.

L’appuntamento, anzi il doppio appuntamento quest’anno, è per l’intera giornata di domenica 26 marzo. Per questa terza edizione, infatti, il caratteristico happening mondano dedicato alla degustazione e ai banchi di assaggio che si terrà a Palazzo San Giorgio, nel salotto buono della città, sarà preceduto da un appuntamento culturale di respiro nazionale.

All’interno del Polo Museale, nell’antico Palazzo Lodispoto che ospita il museo più grande d’Europa dedicato alla macchina per scrivere, le vecchie tastiere torneranno a vivere, toccate dalle dita di giornalisti specializzati del settore che in passato le utilizzavano come strumento del loro lavoro.

In pratica, esattamente come succedeva un tempo in una redazione di un giornale prima dell’arrivo dei computer, del digitale e di internet, comporranno un “pezzo” nel quale consegneranno i loro pensieri sulla città di Trani e sul vino, ispirati dalla bellezza della cattedrale romanica sul mare.

Il ticchettio delle macchine per scrivere e lo scenario mozzafiato renderanno il momento unico nel suo genere, addirittura irripetibile.

Sarà l’occasione per parlare di vino, con professionisti e semplici appassionati, ma anche per muoversi tra passato e presente, su come è cambiato il giornalismo, la comunicazione e naturalmente il mondo dell’enologia, non più solo un fenomeno di nicchia.

Storia e mondanità insieme, dunque, per una miscela che vuole diventare un format vero e proprio destinato a durare negli anni anche grazie al lavoro di esperti ed enologi che in un mercato in cui la domanda è in calo, riescono a proporre una selezione di altissimo livello, oggi più che mai indispensabile.

Ideata e organizzata da Francesca de Leonardis, consulente enogastronomica, e Michele Matera, titolare del ristorante “Corteinfiore”, “Vin’ a Trani” è l’occasione per mettere insieme i produttori di vino del territorio e quelli che vengono da più lontano. Ma anche per rendere concreta l’idea di destagionalizzazione del turismo da più parti auspicata per far vivere la città 12 mesi l’anno, non solo durante l’estate.

L’idea da cui si parte infatti è quella di accendere Trani, farla tornare ai fasti del passato, emozionare chi viene a visitarla, promuoverla a capitale del buon vivere. Non solo per i monumenti ma anche per le sensazioni che è capace di suscitare. Partendo proprio dal vino, simbolo di una città che deve vivere, nelle intenzioni degli organizzatori, 12 mesi l’anno senza interruzioni, come se la bella stagione durasse per sempre.

Per un’intera giornata il protagonista sarà il famoso “nettare degli dei”, come lo chiamavano gli antichi. E la scelta di Trani non è casuale. Si chiamavano “I Trani”, infatti, quelle botteghe della Milano “da bere” degli anni ’60 dove si poteva mangiare e stare in compagnia. “Scolando barbera”, cantava Giorgio Gaber in una sua famosa canzone chiamata proprio “Trani a go go”, ispirata ai momenti passati insieme ad artisti come Dario Fo, Enzo Jannacci, Adriano Celentano, Lino Banfi, e tanti altri.

Oltre 40 le cantine che esporranno i loro prodotti, addirittura il doppio rispetto alla seconda edizione. La richiesta di partecipazione da parte dei produttori dimostra l’importanza della manifestazione in un momento in cui è sempre più limitata la presenza agli innumerevoli eventi enogastronomici. Arrivano dalla Puglia naturalmente, e da diverse regioni italiane, in un ideale itinerario enologico e gastronomico. Non mancherà neppure il “moscato di Trani”, vero e proprio padrone di casa, e l’angolo del food, con le eccellenze gastronomiche del territorio.

Insieme ci saranno le sigle di Onav (Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Vino) e Ais (Associazione Italiana Sommelier). Il partner sociale, come lo scorso anno, sarà Made in Carcere, l’iniziativa nata nel 2007 da un’idea di Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, una cooperativa sociale, non a scopo di lucro, che dà lavoro alle detenute. Le donne impegnate nel progetto producono manufatti “diversa(mente) utili”, dalle borse agli accessori originali e colorati.

 

Per accrediti stampa:

vin_a_trani@libero.it

347/6524784

www.facebook.com/vinatrani

 

Che vino bere d’estate?

 

Per chi ama il buon vino questo non può mancare nemmeno nella stagione più calda dell’anno, c’è chi per esempio in estate lo sostituisce con la birra perché sembra essere più dissetante e invece tocca sfatare questo mito. Se si è bravi a scegliere, anche il vino rosso può dissetare e dare un bel sollievo adattandosi a qualsiasi tipo di alimentazione del periodo.
Con l’arrivo dell’estate il nostro stile di vita cambia e con esso anche la nostra alimentazione  e con essa le bevande che amiamo bere. Cosa si preferisce bere in estate? Il vino bianco oppure uno spumante, che sono praticamente un luogo comune perché possono essere serviti con qualsiasi temperatura, caldo o freddo vanno sempre bene, in genere comunque in estate un bel bicchiere di vino bianco freddo è il massimo che si possa desiderare. Se parliamo dello spumante, frizzante, effervescente, è perfetto per l’estate perché abbastanza fresco e dissetante anche per l’aperitivo. A tavola invece è maggiormente consumato il vino spumante che riscuote ogni anno molto successo.
Il vino spumante o i rosati sono indicati per gli amanti del sapore fruttato e allora possiamo consigliare il Lambrusco o il Rabosello dal Veneto che sono i più conosciuti e nominati in tutto il mondo e in alternativa anche un Pignoletto frizzante o un Traminer entrambi gradevoli e molto leggeri adatti anche a chi non ama bere vino. Un altro vino adatto all’estate è il Prosecco, corposo ma non molto, dal sapore fruttato, dolce e delicato al palato, fresco e dissetante. Il Franciacorta per esempio è perfetto per accompagnare moltissimi cibi, un pranzo o una cena rustica, così come una cena delicata a base di pesce, disponibile bianco, rosè e satèn con gusto fruttato e note di fiori bianchi.
Altre scelte, non secondarie ma di pari livello, sono il Grillo Sicilia Igt, con un aroma tropicale con mango e papaia, gelsomino e fiori bianchi, l’idea per una cena estiva a base di pesce, ma anche soft con solo verdure. E’ ottimo anche come aperitivo. Poi si passa al Greco di Tofu, disponibile in due versioni “extrabrut” o “brut” da servire ad almeno 8 gradi, ottimo per i piatti freddi, per i primi o per le ricette di pesce poco elaborate.
Solitamente quando pensiamo ai vini rossi, immaginiamo una tipologia di vino molto pesante, imponente, in realtà bisogna saper scegliere in quanto la struttura del vino dipende tutta dall’uva, c’è per esempio quella a bacca rossa dalla quale nasce un vino leggerissimo, che si può bere in tutte le occasioni e a qualsiasi temperatura, quasi come i bianchi.
Contrariamente a quanto si pensa quindi possiamo affermare che a tavola i rossi non possono mai mancare se si vuole fare un perfetto abbinamento tra un buon bicchiere di vino e un pasto (ad esempio serale). L’unica cosa che è importante ricordare è che bere vino fa sicuramente bene al cuore, ma in quantità moderate perché come qualsiasi bevanda o alimento, se assunto in quantità elevate può recare danni all’organismo, quindi fate molta attenzione.

 

 

Non ci vedi più dalla fame? Ordinare la cena online non è mai stato così facile.

 

La fame non ti dà tregua e il cibo è il tuo pensiero fisso? Niente paura: oggi più che mai tutte le tue voglie culinarie saranno soddisfatte solo con un clic. Basta affidarsi ad uno dei tanti servizio di consegna di cibo a domicilio online che non verranno in vostro soccorso quando l’appetito busserà, che si tratti di sushi, vegetariano, hamburger o messicano che sia. Ordinare la tua cena o il tuo pranzo non è mai stato così veloce e semplice, per non dire addirittura immediato: non avravi bisogno di infilare le scarpe e uscire di casa poiché cioè che ti separa dal tuo cibo preferito è un clic.

Che si tratti di una fame atavica o di un leggero languorino, che tu debba rimediare la cena per l’intera tribù familiare o concederti semplicemente una coccola in solitaria, oggi sempre più puoi ordinare online il tuo pasto e riceverlo in pochi minuti comodamente a casa tua.

Non solo nelle grandi città come Milano, Torino e Roma ma anche nei centri minori sono attivi servizi di consegna di cibo a domicilio.

Il più blasonato e sulla bocca di tutti è Justeat, servizio su larga scala che vanta il più elevato numero di cucine diverse da tutto il mondo: tra i menù di Justeat potrete trovare pizza, cibo cinese, giapponese, sushi, messicano, afgano e chi più ne ha più ne metta. Tutto quello che vi si richiede di fare è inserire il vostro indirizzo per trovare il locale più vicino a voi, pagare online e aspettare che il campanello di casa suoni comodamente seduto sul divano.

Mentre a livello locale troverete servizi molto efficienti e concentrati sul servizio al cliente e alla sua soddisfazione, grazie alla presenza di locali affiliati eccellenti e di grande qualità, alle consegne puntuali e ad un efficiente servizio di customer care. Attivo soprattutto tra le province di Rimini e Pesaro, troverete ad esempio il nome di Take2me.it, servizio di consegna di cibo a domicilio nato da una realtà giovane e frizzante di Riccione, praticamente la patria dell’accoglienza e del mangiare bene della tradizione romagnola.

Quindi se risiedete in zona o siete nelle Riviera Romagnola in vacanza e non avete voglia di uscire per cena o pranzo, le alternative su Take2me.it sono davvero numerose e tutte molto appetitose: non può mancare la classica piadina, declinata in tutte le sue versioni, la pizza, il sushi, il pesce, il fritto e molto altro ancora.

E voi, avete già trovato il servizio che fa per voi nella vostra città?

 

Le pietanze nelle tradizione romana: tra storia e sapori

 

Roma è da sempre meta di turisti provenienti da tutto il mondo. La città da sempre attrae molta gente, principalmente per le opere d’arte  infatti rappresenta un museo a cielo aperto.

Ogni anno e in ogni stagione, principalmente in primavera, si registra il tutto esaurito negli hotel di Roma posizionati in centro storico ma anche nelle periferie. Negli ultimi anni, per soddisfare al meglio le esigenze dei visitatori molte strutture hanno puntato anche sulla gastronomia locale. Partendo dall’importanza della cucina italiana nel mondo vengono riproposte pietanze “storiche” della tradizione, con le materie prime del territorio spesso rivisitate in chiave moderna.

I piatti romani o meglio romaneschi, vantano una tradizione millenaria; tra i pìù conosciuti troviamo la carbonara, la coda alla vaccinara, la vignarola, i carciofi alla romana e alla giudia, la pajata.

La vignarola è un piatto le cui origini risalgono al XVII secolo, il nome deriva dal termine vignarolo cioè ortolano. Si tratta di un piatto povero, probabilmente ideato nella zona di Velletri, terra di estesi vigneti. Nella versione classica viene preparata con fave, piselli, cipolla e succo di limone, quella più elaborata prevede l’aggiunta di carciofi e guanciale. La pietanza è di facile preparazione e per la stagionalità degli ingredienti è tipicamente primaverile.

Un altro piatto tipico della città di Roma, sono i carciofi alla romana. Vanno annoverati trai i contorni, sono preparati con la qualità “mammole” che è priva di spine. La pietanza si prepara con l’aggiunta di un trito di aglio, sale, pepe e mentuccia.

E’ proprio quest’ultimo ingrediente che dà un sapore e profumo particolare al piatto. La caratteristica della pietanza è data dal fatto, che i carciofi sono serviti col gambo all’insù, un po’ come se dal piatto uscisse un bouquet.

Essi non vanno confusi con i carciofi alla giudia di matrice ebraica, i quali vengono aperti e fritti per ben due volte: a fine cottura  infatti le foglie dei carciofi assumono l’aspetto delle classiche chips.

Le massaie utilizzavano la “mammola” romana, il carciofo tipico del Lazio per preparare questo piatto, che veniva mangiato in particolar modo nel periodo della ricorrenza ebraica Kippur, chiamato “Festa dell’Espiazione”, dedicato alla preghiera

Dopo avere passato 24 ore di digiuno, gli ebrei solitamente mangiavano i carciofi che per questo motivo furono chiamati “alla giudia”. Oggi i turisti li gustano nelle trattorie tipiche che si trovano al Ghetto.

Altro classico molto apprezzato della cucina romana è la pasta alla carbonara. Le origini del piatto sono molto discusse. C’è chi dice che fosse consumato dai carbonari per rifocillarsi dopo la ricerca del carbone; c’è chi dice che arrivò in Italia dopo lo sbarco degli alleati nel ’44, con la distribuzione delle uova in polvere e pancetta, per sfamare le persone.

Gli ingredienti fondamentali sono le uova, il guanciale, il pecorino ed il pepe nero.

Il piatto è sostanzioso è molto saporito. Addirittura allo stesso, fu dedicato un film nel 2000, “ La Carbonara” di Luigi Magni, la cui trama vede una nobildonna caduta in disgrazia, proprietaria di una trattoria, in cui il piatto forte è la pasta alla carbonara, prendersi cura di un carbonaro.

La carbonara, rappresenta un segno distintivo dell’Italia, al punto che, è stata imitata in altri paesi, come la Francia, in cui la ricetta originale, veniva modificata con l’aggiunta di besciamella.

Un’eccellenza tra i piatti romaneschi è sicuramente la coda alla vaccinara. La coda del bovino è considerato la regina del “quinto quarto” insieme alle frattaglie e all’intestino. La coda veniva regalata, in quanto di poco valore, a chi si occupava della macellazione.

La ricetta fu creata nel rione Regola, il quartiere di Campo de’Fiori; la ricetta povera, oggi rivalutata viene servita nei migliori ristoranti romani.

La pajata invece è a base di intestino tenue del vitello da latte. La ricetta è di origini molto umili; nel 2001 a seguito dei casi di mucca pazza , fu vietata da Bruxelles. Solo nel 2015 l’uso dell’intestino in cucina, è stato nuovamente autorizzato.

Il piatto tipico, di solito è cucinato con salsa di pomodoro, olio, aglio, cipolla , lardo, chiodi di garofano, pepe e vino bianco. Con il sugo che si ottiene, vengono conditi i rigatoni. La pajata viene anche preparata con le patate ed arrosto.